venerdì , 15 novembre 2019
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Le mutande commestibili

Buongiorno! Avete mai scopato sotto l’effetto della marijuana? Io si! Esperienza fantastica! Vi lascio con questo:

Racconto erotico di una scopata occasionale!

La notizia riportata su di una pagina del Corriere della Sera, a proposito di un cittadino tedesco morto soffocato da un paio di mutande commestibili, mi aveva incuriosito. L’estensore dell’articolo raccontava che l’uomo, durante un convegno amoroso, si era premurato di fare indossare l’indumento all’amante. Nel corso dell’amplesso, il poveretto aveva proceduto a inghiottire i lembi del tessuto nutrendosene avidamente mentre era impegnato a sommergere di baci e carezze il pube della donna.

 

Prima dello sfortunato episodio gli era capitato di assaporare campioni di mutande commestibili in altre occasioni senza incappare in inconvenienti, ma stavolta, all’apice dell’eccitazione, un frammento di tessuto, anziché prendere la via dell’esofago, aveva seguito quella della trachea e l’aveva soffocato. A nulla erano servite le urla disperate della donna che si era ritrovata il viso sgomento del compagno, ormai cianotico, sopra di sé, senza sapere cosa fare per soccorrerlo.

 

Camminavo spedito sul marciapiede, diretto verso casa, con il pensiero rivolto alle mutande commestibili, stupito nell’apprendere che in commercio esistessero questo tipo di lingeria femminile. Considerai l’idea di fare visita al più presto a un sexy shop e procuramene almeno un paio da fare indossare a una delle donne con cui ero solito scopare. Mi sarebbe piaciuto assaggiarle, magari prestando attenzione a non ingozzarmi com’era accaduto al cittadino tedesco.

 

Tutt’a un tratto, ferma davanti al chiosco dei giornali, a pochi passi dalla mia abitazione, intravidi la figura di Marilena. Divorava con curiosità una delle vetrinette della rivendita dove erano esposte le riviste pornografiche, e la cosa non mi stupì.

 

Marilena e io c’eravamo conosciuti qualche mese addietro al Maxim, un locale alla periferia della città. In quella occasione, dopo che avevamo trascorso la serata consumando un paio di birre, l’avevo condotta a casa mia.

 

Quella notte, nel mio letto, avevamo fatto l’amore fino allo sfinimento, poi al mattino se n’era andata via. Più di tutto ero rimasto sorpreso dai movimenti della bocca, piuttosto piccola, mentre mi succhiava il cazzo. In quella occasione e anche nelle successive mi aveva fatto godere con la bocca come raramente mi era accaduto con altre compagne di letto.

 

L’autobus della linea 9 arrestò la corsa alla fermata posta a pochi metri dall’edicola. Tre o quattro persone scesero dal mezzo pubblico e presero direzioni diverse. Marilena indossava una gonna cortissima, un paio di sandali legati al piede con dei lacci che salivano oltre la caviglia, e una camicetta bianca con un ampio décolleté che metteva in luce l’incavo fra le tette. Quando mi vide, riflesso nella vetrina dell’edicola, si girò e mi serrò le braccia attorno al collo.

 

– Ciao! – disse facendomi dono di un sorriso.
La morbidezza delle labbra che lasciò cadere sulle mie avevano il sapore del rabarbaro.
– E tu cosa ci fai qui? – chiesi.
– Avevo voglia di vederti. Ti spiace?
– No… no, mi fa piacere averti vicina.
– Vengo su da te…
– Non ho niente di pronto da cenare.
– Humm… non importa, ci arrangeremo.
Mi prese sottobraccio e mi trascinò verso il portone di casa.
– Dai, Lorenzo, andiamo… dai. – disse.

 

Trovarla ad attendermi sotto casa mi aveva fatto piacere. Non lo aveva mai fatto prima di allora. E poi non facevamo coppia fissa, Marilena era fidanzata con un architetto, ma scopavamo spesso, anche se era sempre lei a cercarmi. Mentre l’ascensore risaliva i sette piani che conducevano al pianerottolo del mio appartamento non trovai di meglio che scodellarle una delle mie domande balorde.

 

– Non dovresti essere a casa del tuo fidanzato stasera? Oppure non ci vai più il giovedì?
– Ho litigato con quello stronzo!
– Avete litigato?
– Sì.
– Perché? – chiesi mentre introducevo la chiave nella serratura del mio appartamento.
– E’ un porco, ecco quello che è, ma non ho voglia di parlarne.

 

Appena mettemmo piede dentro casa andò a sedersi sul divano. Si liberò dei sandali e si sdraiò sull’imbottitura di pelle.

 

– Vuoi qualcosa da bere? – dissi.
– Birra, grazie.

 

Ritornai nella stanza poco dopo stringendo nelle mani due Corona. Andai a sedermi accanto a Marilena che scostò le gambe per farmi spazio sul divano.

 

– Vuoi un po’ d’erba? – chiese.

 

Senza darmi il tempo di rispondere tirò fuori dalla borsetta una bustina di plastica. L’involucro conteneva dell’erba. Appoggiò la confezione sopra le ginocchia e aprì una cartina per il tabacco. Distribuì i frammenti sulla sottile striscia di carta bianca fino a raggiungere la quantità desiderata. Arrotolò la cartina e inumidì con la saliva uno dei lembi che si affrettò a fare aderire alla superficie sottostante, dopodiché mi offrì lo spinello. Ripeté la medesima operazione mettendone a punto un secondo spinello per sé. Tolse dalla borsetta l’accendino e diede fuoco alle due paglie di marijuana.

 

Le prime boccate di fumo consumarono la parte estrema degli spinelli. Accostai il capo all’indietro e godetti dell’effetto del fumo su di me. Restammo a lungo a chiacchierare, seduti sul divano, fumando e bevendo birra.

 

Marilena, addolcita dagli effetti del fumo, incominciò a carezzarmi il viso sfiorandomi delicatamente le sopracciglia. Da un po’ mantenevo la mano eclissata fra le sue cosce sfiorandole la fica velata dal minuscolo tessuto delle mutandine. Era bagnata fradicia e le dita naufragavano nella sostanza che le colava dalla fica. Cominciammo a baciarci ficcando la parte estrema della lingua nella bocca dell’altro. Continuai a sfregare le dita sul bocciolo del clitoride inumidendolo con l’umore della fica per non irritarlo. Marilena scoperchiò la patta dei miei pantaloni e strinse il cazzo nella mano. Lo scappellò rivoltando la corona del prepuzio. La cappella, stretta nella sua mano, assunse un colore violaceo ed aumentò di volume.

 

Seduti uno accanto all’altro ci masturbammo a vicenda guardandoci teneramente negli occhi, accrescendo il desiderio che avevamo di scopare. Sospinsi il capo di Marilena sulla cappella e lei cominciò a scoparmi con la bocca. Respirava a fatica dalle narici senza mai distaccare la cappella dalle labbra. Seguitò a spompinarmi a lungo, fintanto che ci ritrovammo coricati sul tappeto.

 

Le salii sopra e la montai da dietro. Il buco del culo era quanto di più stretto mi potesse riservare il suo corpo. Cominciai a scoparla introducendo la cappella nell’ano dopo averlo inumidito con la saliva. Il muscolo dello sfintere stringeva il cazzo divinamente mentre la inculavo. Glielo infilai dentro fino alla radice, piano, con calma, senza fretta. Rimasi qualche istante fermo, poi tirai fuori il cazzo e la penetrai di nuovo, stavolta introducendo solo la cappella. Seguitai a entrare ed uscire dal suo corpo mentre, carponi sul tappeto, prese a gemere e lamentarsi per la sofferenza che le procuravo penetrandola in quel modo. Insensibile ai lamenti continuai a scoparla fintanto che si divincolò e si mise supina sul tappeto davanti a me.

 

Ambedue avevamo il corpo imperlato di sudore. La serata era calda e la stavo montando da un quarto d’ora senza venire. Allargò le cosce e me lo prese in mano mentre stavo inginocchiato davanti a lei pronto a penetrarla nella fica. Passò la mano sopra la cappella e l’accarezzò tradendo con l’espressione del viso la voglia che aveva d’essere scopata nella fessura fra le cosce.

 

Lo mise lei stessa dentro. La fica non era stretta come il buco del culo, ma s’impegnò a serrare la muscolatura attorno al cazzo per trarne godimento. Incominciò a sbattere la testa da un lato all’altro del tappeto aggrappando le braccia attorno al mio collo, sprigionando dalla bocca dei gemiti di piacere. Non riuscii a trattenermi e venni dentro di lei lasciandola inappagata e in parte delusa.

 

Scivolai verso il basso e annusai la fica, poi cominciai a leccarla colma com’era del mio sperma e del suo umore. Marilena riprese ad ansimare gemendo per il piacere che sapevo trasmetterle leccandola a quel modo. Avevo la bocca sommersa dal mio sperma e del suo umore. Ripensai all’uomo rimasto soffocato, mentre si nutriva delle mutande commestibili indossate dalla partner, allarmato da quella seppure remota eventualità deglutii in fretta la materia che mi riempiva la bocca, dopodiché cominciai a succhiare il clitoride proseguendo a spompinarlo fintanto che Marilena fu prossima all’orgasmo, allora le infilai due dita nella fica e lei venne squassando il bacino, urlando di piacere.

 

Quella notte rimase a dormire nel mio letto, l’accompagnai a casa verso mezzanotte, poi feci ritorno alla mia abitazione. Il giorno dopo andai a lavorare com’ero solito fare tutte le mattine.

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